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Photon è un disintegratore a infrarossi che spara raggi invisibili a un bersaglio elettronico computerizzato.
Trent’anni fa era il gioco più avveniristico della galassia.

Una volta prese fuoco un deposito di giocattoli a pochi passi da casa mia, nel cuore della notte.
La mattina dopo era una domenica e piovigginava.

Fuori dalla fabbrica s’era formata una piccola folla di curiosi e bambini. Ogni tanto i pompieri si avvicinavano ai cancelli per regalare qualcosa a qualcuno.
Le confezioni erano inzuppate o mancanti e ogni cosa odorava di plastica bruciata.
Oppure c’erano scatole ancora integre contenenti giocattoli deformati dal calore.

Coi miei fratelli e alcuni amici tornammo allo stabilimento dopo pranzo quando non c’era più nessuno.
Scavalcammo dal retro per fare razzia di tutto ciò che potevamo e forse cacciammo via addirittura degli altri ragazzini entrati furtivamente come noi.
Ciò che ricordo, per come lo ricordo, poteva sembrare uno scenario alla Giger.

Dune annerite di polistiroli, giocattoli e circuiti sciolti. 

Raccattammo quanta più roba possibile: macchine radiocomandate, pistole laser, pupazzetti magnetici e navicelle. Su alcuni di essi erano rimaste impresse la forme del packaging. A una delle pettorine Photon tagliammo i cavi che collegavano il casco perchè era completamente fuso.

La pistola Photon è l’unico oggetto di quell’evento che ho conservato negli anni.
È piuttosto deformata, ne avevamo altre in ottimo stato, ma evidentemente doveva rimanermi la più rappresentativa.
Dal canto suo ha conservato il suo magnifico design originale e naturalmente funziona ancora.

Sembra uscita da un qualche Noir biomeccanico e, a pensarci bene, rivedo tuttora nei disegni che faccio quelle sue linee liquefatte, instabili.

A scuola, il lunedì dopo l’incendio, sentii un bambino dire che le fiamme arrivavano fino in cielo.